La Silicon Valley non può essere copiata. Sorry about that.

A volte mi chiedo quale sia il modo corretto di combattere le battaglie a favore dell’innovazione. C’è chi scrive libri per diffondere i casi di successo che abbiamo nel paese e dare dei role model ai giovani che, spesso disorientati, cercano risposte. C’è chi investe sul territorio dimostrando al mondo intero che in Italia abbiamo persone di talento che hanno voglia di fare cose grandi. C’è chi inizia la complicata battaglia della creazione di fondi di investimento, senza i quali cari giovani, comunque non si va da nessuna parte. C’è chi gira il paese parlando di start-up e creando occasioni di speranza e ottimismo – queste servono forse più dei soldi! Ci sono anche aziende che stanno facendo tanto per spingere gli italiani a trovare idee di successo, che possano essere finanziate realmente.

Come direzionare, come massimizzare l’efficacia di tutte queste energie e tutti questi sforzi?
Creare “una Silicon Valley italiana” è una frase che ha una qualche possibilità di realizzarsi o no? Continue…

Vuoi innovare? Abbandona la tua “comfort zone”

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Dobbiamo imparare. Dobbiamo cambiare. Dobbiamo capire che l’innovazione, sia quella che incide sulla nostra vita, che quella che ha un impatto sulla vita degli altri, non arriva una mattina con la posta, consegnata a domicilio come un pacco atteso e sperato.

L’innovazione parte dalla sofferenza, da una sofferenza interiore alla quale non riusciamo a sfuggire, che ci fa compagnia ogni giorno della nostra vita e che prima o poi diventa insostenibile e ci porta ad agire o ad … impazzire.

Lavoriamo ogni giorno per migliorare la nostra condizione di vita e quella della nostra famiglia con noi. Non ci accorgiamo però, perché non lo sappiamo, che quel percorso di miglioramento, quel desiderio di “fare qualcosa” ci porta lentamente verso una coscienza completamente rinnovata, una consapevolezza chiara che siamo nati per fare qualcosa di grande. Tutti. Nessuno escluso.

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Italia

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L’Italia è un luogo quasi perfetto. Il calore e la bellezza dei luoghi viene turbato solamente dall’incapacità del paese di reagire e  questo è forse il più grande motivo di sofferenza che molti di noi si portano dentro.

Ogni tanto però capita di essere sorpresi da qualcosa di inatteso e disarmante, che ti fa sperare che ci sia un paese diverso, un paese sul quale scommettere. Uno di questi rari momenti di mi è capitato poco tempo fa, mentre sul lago di Garda mi godevo un weekend con la mia famiglia. Scendendo al porto come spesso faccio per camminare e gustarmi un aperitivo con mia moglie, abbiamo conosciuto due persone diverse dagli altri, due poeti. Esatto, poeti.

Si chiamano Igor Costanzo e Paul Polansky. La poesia non è qualcosa che ho mai curato più di tanto, ma quando ho sentito Igor decantare “Italia” al chiosco vicino al porto, mentre nella normalità di un sabato pomeriggio, la gente beveva un “pirlo” (lo spritz a Brescia) e rideva con gli amici, ho capito che anche la nostra bella Italia può cambiare, forse aiutata anche dalla poesia che  ”serve a scuotere, a svegliare le coscienze. Una specie di pugno in faccia, insomma” - come Paul ci ricorda.

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Look for your system of positive constraints and trust your dreams

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I love startups and I like to work with their founders in the very early stages of the company creation. I love the positive mood, the hard work and the passion of developers, designers and business guys. I love hackers.

I few months ago it has been time for me to decide what to do next after more than 10 years in the company I created. It wasn’t that clear to me at that time what I really wanted to do next, but I was sure that “the new new thing” would have needed my full attention.
Many times in the past I tried to work on new side projects, spending weekends and vacations, but something didn’t work with this method. It didn’t work for me, in that moment of my life. Too few nights and probably too many ideas as well, but more than anything else I understood that real constraints were missing. Continue…

Ok la Silicon Valley… ma da noi come funziona?

Sooooo...

Nel mondo assistiamo in modo ricorrente all’affollarsi di tendenze, che in taluni momenti piuttosto che altri, sembrano permeare il nostro vivere quotidiano. Ognuno di noi nota probabilmente solamente ciò che dalla propria visuale va ad interessare passioni ed occupazioni quotidiane. Bene, io che da cinque anni mi trovo a nuotare nello stagno delle start-up, noto forse più altri come questa cosa sia particolarmente modaiola, come se, la parola start-up, non avesse mai avuto uno spazio prima d’ora nell’economia del pianeta; o forse solamente si fosse trovata confinata a regioni troppo circoscritte per diventare un fenomeno planetario. Di start-up, io personalmente, ne ho sentito parlare per la prima volta negli anni 90, nella cosiddetta New Economy e come tutti ne sono rimasto affascinato. Poi il momento di clamore si è bruscamente spento e tutti ne sappiamo i motivi, almeno quelli evidenti, quelli che sono apparsi a sulle pagine di tutti i giornali, quelli che per alcuni di noi hanno anche significato la fine di un sogno di ricchezze “accessibili in cambio di competenza” ed alla portata di tutti.

Eravamo giovani ed inesperti e mi riferisco non solamente a coloro che mettendo i risparmi su WebVan pensavano di aver risolto il problema pensione, ma anche e soprattutto a chi in qualità di professionista del settore pensava davvero che le logiche del profitto con l’avvento dell’Internet, stessero cambiando di punto in bianco. Non servivano più ricavi o profitti per decretare il successo o l’insuccesso di un’impresa, ma bastava seguire un percorso di raccolta-crescita-vendita (anche al mercato con l’IPO) per chiudere il cerchio. Per alcuni ha funzionato, ma solamente perché, dopo l’IPO, presto o tardi, sono arrivati i profitti. Amazon, in questo senso, è il caso che preferisco.

Ma il tonfo dell’economia dell’epoca è stato tanto clamoroso, anche grazie al fatto che il 99,99% del pianeta ha iniziato ad applicare un modello che si era dimostrato vincente per lo 0,01% della geografia terreste, la Silicon Valley. Il modello che, partendo dall’innovazione apportata dal binomio “rete + software”, arrivava a produrre valutazioni assolutamente straordinarie, si è scoperto essere anni dopo quantomeno un trinomio: “rete + software + ecosistema”. L’internet e la tecnologia da sole non erano e non sono sufficienti a produrre un modello di successo assolutamente replicabile.
Ciò che funziona in 200 km quadrati a sud di San Francisco, non è detto che funzioni allo stesso modo ad est di Milano. Abbiamo iniziato a capire che maturità del mercato e maturità dell’area geografica hanno un’influenza fondamentale. Continue…

Venture mentoring (e la rinascita delle startup italiane)

Il mondo delle startup sta correndo frenetico un po’ ovunque ed anche l’Italia muove i suoi passi più velocemente di quanto non mi aspettassi. C’è gente che discute della crisi, c’è gente che dibatte sul valore o meno delle SRL semplificate, fortunatamente c’è sempre meno gente che discute dello spread. Poi ci sono loro, quelli che di tutti questi discorsi se ne fott… se ne dimenticano e si buttano a testa bassa sulle loro startup, con una determinazione e una voglia di vincere che mi emoziona. Ne scopro ogni giorno di nuovi, ragazzi con un coraggio che pochi delle nostra generazione hanno avuto. Mi sento di essere decisamente ottimista, ce la possiamo fare , non tanto per “il Paese”, che speriamo ci stia dietro, quanto per la bontà delle idee che continuano stupirmi. Io sono una persona che pensa alla prossima startup ogni giorno da 15 anni a questa parte. Qualcuna l’ho realizzata, altre le ho soltanto abbozzate, alcune sono crollate prima ancora di giungere a maturazione. Più mi guardo attorno e partecipo ad eventi sul territorio, più parlo con persone, più mi lascio coinvolgere e più entro in contatto con gente che ha la determinazione e le idee giuste per fare startup importanti. Glancee, la startup dell’italianissimo  Andrea Vaccari, in questi giorni sta facendo molto rumore. Il suo prodotto al SXSW di Austin che aprirà i battenti il 9 Marzo, potrebbe fare veramente un gran botto. Prima di lui Foursquare e Twitter hanno avuto sorti simili. Lo scorso anno io ero a Austin proprio in occasione di questo meraviglioso bazar dell’interazione ed altre star erano al centro dell’attenzione. Quando leggo news come questa, uscita 36 minuti fa, mi sento orgoglioso per il lavoro di Andrea:

Companies like Glancee, Ban.jo and Highlight seem to be leading the buzz factor pre SXSW which officially kicks off Monday with the educational portion

Andrea l’ho incontrato per la prima volta nel 2009 all’eTech (Emerging Technologies) organizzato da O’Reilly a San Jose.  All’epoca lavorava al MIT su tematiche di analisi dei trend del traffico cellulare, nel tentativo di raccontarci storie che “i dati” racchiudono e che oggi non immaginiamo. All’epoca ero convinto che solo fuori dall’Italia si potessero trovare gli italiani con il carisma giusto per lasciare il segno.

In epoche molto recenti ho ricominciato ad osservare il mercato delle startup italiane in Italia e qualcosa si muove e si muove anche bene.  La voglia di vincere che ho visto negli occhi di alcuni startupper, con i quali ho avuto il piacere di spendere del tempo ultimamente, l’ho vista di rado. L’avevo colta nei ragazzi di Mashape nel 2010 e recentemente l’ho rivista in Fabio, un ragazzo giovanissimo che è venuto a trovarmi  con una bella idea per un WooThemes dei video maker. La stessa voglia di farcela l’ho vista qualche giorno prima in Alessandro, fondatore di YooDeal di cui sentiremo parlare presto, poi ieri mi sono imbattuto in iWanado di Andrea Lorini e nella bella intervista rilasciata a Beta List. Accidenti! Sono ben determinati e sono ansioso di vedere il prodotto per capire come funziona e quanto hanno conservato di questa determinazione nell’execution. E ancora, la brescianissima Save the Mom, della quale so ancora poco, ma conosco le persone che l’hanno pensata: il prossimo anno però ragazzi *dovete* andare al SXSW e fare un lancio in piena regola in Texas, ora è ancora presto. Continue…

Le startup italiane sono pronte per la serie A?

Sono sempre stato un forte sostenitore del fatto che non esiste un vantaggio italiano o americano nell’ambito del mercato delle startup, ma che esistono luoghi che possono più o meno velocemente farci arrivare al risultato. Quale luogo scegliere per lanciare la propria startup? La mia risposta è sempre stata :”dipende da quale vuole essere il tuo mercato target!”. In fondo, però, ho sempre saputo che  le startup di casa nostra dovevano ancora fare tanta strada per riuscire a confrontarsi con quelle delle “serie A” di Silicon Valley. A parte l’handicap della lingua, che rimane un grosso scoglio, il gap da riempire dal punto di vista imprenditoriale delle nostre young companies è sicuramente di metodo ed anche di maturità .

La mia passione (lsciatemi dire profonda) per questo mondo mi ha sempre fatto stare con l’orecchio teso e ogni qualvolta ho potuto dedicare del tempo e delle energie per seguire e dare una mano, non mi sono mai tirato indietro. Poi però, quest’estate, i mercati hanno deciso che il mondo intero delle imprese, quelle che di venture non ne hanno, doveva ritornare a concentrarsi sul proprio core business per evitare di andare a gambe all’aria. Quindi, anch’io ho fatto del mio meglio per dare nuovo slancio e smalto al core business della mia, che come molti di voi sanno si occupa di IT consulting, mobile apps e oursotucing. Il lavoro è stato duro e, direi, tutt’altro che finito, ma non è di questo che volevo parlare. Questo intoppo di percorso mi ha obbligato a staccarmi per più di 6 mesi dal mondo delle startup, fino alla settimana scorsa quando ho iniziato a rialzare la testa.

Sabato scorso sono stato ospite del bellissimo Startup Weekend organizzato da Davide Dattoli e dai ragazzi di Web de BS (cari amici) e mi sono trovato davanti una “bordata” di giovani desiderosi di fare aziende che possano cambiare il mondo. Più di cento persone che arrivavano da tutta Italia, incredibile! Contiamo anche che la location, se pur bellissima, non era sicuramente a portata di mano. Continue…

Startup o Small Business? Young companies

Da tempo insisto sul fatto che il modo migliore per aiutare i nostri startupper italiani ad emergere è quello di farli uscire dall’Italia affinché vedano il mondo vero delle “startup”. Questo lo dico a gran voce proprio perché ho sempre una gran impressione che sul territorio nazionale ci sia una discreta confusione su cosa significhi fare una startup. Carl Schramm, presidente della Kauffman Foundation ha ripetuto delle parole sante alla finale della manifestazione romana di InnovactionLab organizzata dall’energetico Augusto Coppola. “L’Unione Europea alimenta il problema parlando sempre e solo di Small and Medium Enterprise. Questo confonde e solo chi ascolta.” Il mondo non si cambia con le “piccole imprese” e paesi come l’Italia che hanno ancorato il proprio tessuto a realtà come queste faranno più difficoltà di altri a cambiare e decollare, a creare startup. Questo perché una startup NON è un’azienda di piccole dimensioni.

Una startup è una “young company” che punta molto in alto.
Nessuno fonda una startup per fare cosucce, per rimanere nell’ombra, per non cambiare il mondo. Al contrario, una startup vuole essere il driver del cambiamento. Vuole incidere sulla vita di milioni di esseri umani. Vuole stravolgere il modo con cui operiamo ogni giorno, migliorando la vita alle persone e alle imprese. Le startup sono ambiziose, sono positivamente e seriamente intenzionate a cambiarci la vita.

Una “piccola impresa” non cambia proprio nulla sul piano nazionale. Con questo non è mia intenzione prendermela con quegli imprenditori sempre coraggiosi che hanno deciso di fare del proprio talento un’attività che possa renderli indipendenti e li porto a lavorare per se stessi. Tanto di cappello, ci aiutano ad uscire dall’inghippo dell’assistenzialismo nel quale il paese si è cacciato da solo nel corso del tempo. Un imprenditore, grande o piccolo capisce bene dal giorno uno che è solo, che sullo stato non ci deve contare e anzi deve solo sperare che non si intrometta e che gli lasci gestire la sua impresa senza ingerenze di sorta. Continue…

Google+ e l’innovazione

Come ogni essere umano sulla terra che conosce il significato di social network anch’io in questi giorno sono finalmente approdato su Google+, dopo un’attesa durata qualche giorno dato che il numero di accessi alla versione beta erano stato limitati. E… mi piace moltissimo!

Non mi poteva bastare Facebook? Perché il social network più famoso al mondo mi va stretto mentre questa new entry sfornata di soppiatto dall’azienda di Mountain View mi attira?

Me lo sono chiesto subito, anche perché la sensazione di sentirsi a casa in Google+ è stata veramente forte – e non così razionale – anche se devo ammettere che di strada da fare ce n’è ancora molta. Nonostante tutto G+ è già oggi uno strumento incredibilmente ben concepito, con delle novità sostanziali rispetto a quanto sfornato già dalla concorrenza. L’idea dei “circle” è molto ben riuscita, Hangout è un’ottima intuizione ed ancora di più potrebbe esserlo l’integrazione di Blogger nella piattaforma. In effetti a pensarci bene un blog proprio manca o meglio manca la possibilità, come ha sottolineato Dave Gray, di gestire un meccanismo di “public pull”. Un modo che ci permetta di lanciare un messaggio, un pensiero “ricercabile” nel network, senza necessariamente spararlo a tutti i miei circle. G+ può diventare realmente il nostro unico “publishing hub”, il luogo dal quale lanciamo messaggi al mondo. Ma per funzionare deve essere integrato con la capacità di pubblicare su vari network: sui blog, su Facebook, su Twitter in primis. Ma questo probabilmente non basta.  Ciò che più manca è la possibilità di scrivere una serie di pensieri in forma strettamente privata, come se fosse un diario, decidendo poi di pubblicare o non pubblicare parte di quei pensieri sulla rete, dentro e fuori l’ecosistema di Google. Continue…