Come fare in modo che le startup italiane abbiano successo
Note: I’ve just decided to add to this blog some articles written in Italian, when the topic is specific for the Italian startups.
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Negli ultimi anni le notizie e le polemiche sull’abbandono del suolo italiano da parte delle giovani e promettenti menti del nostro paese, riempiono le cronache dei giornali. Startup che partono per gli Stati Uniti in cerca di finanziatori, illustri universitari che consigliano ai propri laureati di abbandonare il paese, giornalisti (stranieri e non), che ci prendono a pesci in faccia certi che comunque vada l’Italia non reagirà.
Dobbiamo dirlo. Un po’ di ragione ce l’hanno tutti e forse ognuno di noi nell’animo un po’ di rabbia da sfogare nei confronti dell’immobilismo italiano, la coltiva segretamente. Molti di noi almeno una volta hanno detto “Adesso basta!”, convinti che non ci siano soluzioni all’apatia strutturale che avvolge l’innovazione delle giovani imprese, soprattutto se guardiamo al settore dell’Internet.
Nonostante tutto, anno dopo anno, scopriamo che in Italia esistono sempre più giovani imprenditori che vogliono sfondare sulla Rete, sempre più venture capitalist, sempre più angel ed investitori istituzionali. Allora viene da chiedersi se non ci sia un modo per mettere a frutto tutto questo e consentire, a chi ne abbia il desiderio, di misurarsi veramente sul mercato internazionale.
Viene da chiedersi: “Siamo certi che il nostro sia un problema solo di sistema paese?” – come si sul dire.
Io non sono affatto di questa idea, anzi sono convinto che più di ogni altra cosa il nostro sia un problema legato al farsi le ossa. Cercherò di spiegarmi meglio.
Perché zone come la Silicon Valley sono diventate quello che sono oggi?
La risposta che mi sono dato è la seguente: non hanno mai avuto la pretesa di pensare di bastare a se stessi, facendo necessariamente tutto da soli e tutto in casa. Da quelle parti lasciano che sia il mercato e l’economia a decidere da che parte deve sventolare la bandiera. Ad esempio sanno benissimo che nelle loro zone si concentra una grossa quantità di talento proveniente da tutto il mondo. Questo fa sì che i software engineer locali vengano contesi dalle moltissime di realtà dell’area, con il risultato che gli stipendi ed il turn-over sono alti e quindi solo poche realtà con grossi capitali possono permettersi di crescere e soprattutto scalare nella zona. La gran parte delle aziende, prima o poi, decide di crescere invece attraverso strutture di outsourcing indiane o dell’Est Europa. Questo è un fatto ampiamente accettato sia dal sistema economico, che dal sistema politico: sviluppare software fuori dalla Silicon Valley costa molto meno rispetto al farlo sotto casa e se ci pensiamo questo è paradossale, perché quelle zone sono conosciute proprio per l’ingegno e la diffusione delle loro soluzioni applicative. La Silicon Valley detiene comunque il primato per la concentrazione degli investitori e delle nuove aziende tecnologiche di successo e questo fatto non è stato pensato a tavolino, ma è bensì il frutto dell’evoluzione naturale dell’ecosistema locale. E’ così che l’ambiente si è sviluppato e nel corso degli anni ed ha consolidato la propria supremazia rispetto al resto del mondo.
Così oggi chiunque voglia lanciare una startup Internet, sa benissimo che essere in Silicon Valley dà una marcia in più, aumenta le probabilità di successo e favorisce la rapidità d’azione.
Ci chiediamo perché? Perché in mezzo a tante persone che da mattina a sera ragionano e si confrontano sulle stesse medesime tematiche è più facile discutere, smontare un’idea di business e rimontarla in modo diverso – a volte completamente diverso -, più e più volte nel giro di poche settimane. Il successo è spesso una questione di velocità – come ci ricorda Eric Ries.
L’Italia dal canto suo, invece di spendere fiumi di inchiostro per lamentarsi del paese che lascia che i propri cervelli migliori se ne vadano all’estero, perché là vengono gratificati e pagati meglio, dovrebbe prendere coscienza dei propri punti di forza in questo settore e su questi puntare con decisione per conquistarsi un ruolo nel panorama dell’innovazione globale. Oggi purtroppo un ruolo non ce l’abbiamo e non è una questione di sistema paese. In Italia non abbiamo preso coscienza del nostro potenziale nell’ambito dell’information technology e dell’ingegneria del software: siamo tanti, molto bravi e costiamo quasi la metà di un americano.
La risposta per me è arrivata da poco, dopo aver lavorato per un anno con una startup italiana con la testa in Silicon Valley, e la Ricerca & Sviluppo in Italia. Quel modello funziona per gli americani e funziona per gli italiani. Cervelli italiani con mercato americano, possono essere una strada verso il successo.

Per chi è interessato è possibile approfondire qui.
Ora, questo fatto non è solamente vantaggioso per le startup che dall’Italia vanno verso gli Stati Uniti, ma lo è sopratutto per i venture italiani che possono vedere valorizzato il loro investimento nel caso in cui l’idea abbia “traction” (come si suol dire) oltre oceano.
Un’ultima bella novità. Negli scorsi due giorni ho tenuto uno speech al Venture Camp organizzato da Mind the Bridge in collaborazione con il Corriere della Sera ed in quell’occasione ho parlato con venture capitalist della Silicon Valley e di New York di questo modello.
La loro risposta è stata
Gli investitori americano sono abituati ad avere le startup nelle quali investono capitali vicino a loro. In una startup italiana strutturata in questo modo, con un modello ibrido, saremo disposti ad investire.
Ora direi che non abbiamo più scuse.
Dimenticavo, Wave Group da gennaio 2011 aprirà una sede a San Francisco proprio per supportare le startup del nostro paese ad essere competitive in Silicon Vally in meno di sei mesi.
Ciao Massimo,
d’accordo su tutto. Gli investitori i soldi li mettono volentieri su un modello ibrido, basta che il quartier generale dell’azienda sia a non piu’ di 20 minuti dal loro ufficio. E se il loro ufficio e’ in Silicon Valley, c’e’ poco da girarci intorno. Pero’ se il software e’ sviluppato a 10,000 kilometri di distanza, va tutto bene. Anzi, e’ preferibile perche’ i costi sono piu’ bassi.
Il modello funziona, Funambol e’ uno degli esempi piu’ visibili ma sono convinto che ne nasceranno moltissimi altri in pochi anni. Spero di poter partecipare
Ti aspettiamo qui,
fabrizio
In effetti i VC italiani ormai hanno perso tutte le scuse per non investire… il punto vero pero’ non e’ l’investimento e basta a far crescere una start up, ma anche il supporto in termini di competenze ed il sistema paese; sulle competenze il 99% degli investitori italiani e’ una schiappa, e se anche fossero geni il sistema li frenerebbe.
Ale