Incubatori e incubati: quale modello?
Stavo riflettendo su quale sia il modello migliore per avviare un incubatore di start-up e devo dire che la prima tentazione che mi è venuta è stata quella di pensare ad una struttura organizzata, che permette ai founders di concentrarsi solamente sul loro prodotto. Una specie di meta-azienda, un service per NewCo, che avendo al proprio interno tutte le funzioni che una start-up dovrebbe comunque pensare di creare – prima o poi – potrebbe mettere tutto a fattor comune e lavorare per tutte. In questo modo tutti gli imprenditori andrebbero a godere del beneficio di avere la gestione dei servizi IT di base, della postazione di lavoro, della reception, delle sale riunioni, di tutta una serie di supporti come l’HR, il legal, il commercialista, … Poi però ho guardato dall’alto questa bella immagine mentale del mio ”incubatore ideale” e ho capito che non avrebbe mai funzionato.
Perché?
Il motivo è molto semplice. Il tutto parte dal fatto che non abbiamo un’idea precisa e radicata di cosa significhi creare un incubatore, visto che gli esempi di casa nostra sono pochi e molto giovani. Quando non so bene da che parte iniziare a pensare a come “far funzionare le cose” su un terreno che ancora conosco poco, io tendo a crearmi un quadro di riferimento nel quale poter far leva su qualche punto fermo che so essere disponibile. In questo caso l’azienda che già ho per me rappresenta un bel punto fermo: ha avuto un discreto successo, ha saputo creare valore nel corso degli anni, ha spinto sul fronte dell’innovazione. E’ quindi naturale pensare di fare leva su di essa ogni qualvolta mi si presenta una nuova idea da sviluppare, ma questa volta mi sto rendendo conto che sarebbe diverso.
Sono giunto alla conclusione che un incubatore, come quelli che io ritengo possano funzionare dovrebbe evitare di essere esso stesso una start-up, con tutte le preoccupazioni e tutte le problematiche e le sfide di una start-up. Quando parlo di start-up intendo un’azienda con una struttura, che offre dei servizi, con degli uffici, del personale, … e tante altre cose da fare e gestire. Ma tutte queste ” altre cose” alla fine distraggono dall’obiettivo, che per un incubatore è “selezionare realtà promettenti, dare loro una chance finanziandone l’avvio e lavorare il più possibile a fianco dei founder dando consigli, provando per primi ciò che producono, aiutandoli nei contatti”. Un incubatore è un mentore prima di ogni altra cosa, così come un angel investor. Io non vedo grandi differenze, tanto che sono convinto che un angel investor sia esattamente quello che un incubatore moderno dovrebbe fare: piccole iniezioni di capitale, tempi stretti, consigli da persone esperte e tanta voglia di cambiare il mondo.
Un incubatore così strutturato è composto solo di persone e non di strutture, perché le strutture vanno gestite, portano via del tempo ed alla fine diventano quello che riempie la nostra testa. Mentre un incubatore deve avere testa solamente per le start-up sulle quali investe tempo e anche un po’ di denaro. In una struttura così contano solo le persone, la loro capacità di far succedere le cose, la loro passione, i loro contatti, la loro competenza. Niente struttura o infrastruttura, forse questo è il segreto.
In quest’ottica esiste però un’altra cosa che ricopre una rilevanza importante, l’ambiente nel quale esercitiamo la nostra professione. L’Italia ed in particolare il lago di Garda è un posto meraviglioso dove vivere ed esclusa l’estate non offre distrazioni, quindi si può lavorare molto. Mancano però come in tutta Italia gli investitori veri, i fondi coraggiosi, quelli che abbiano capacità e voglia di mettere i 500K o 1ML sulle iniziative. Le cose pian piano stanno cambiando ed i segni del cambiamento cominciano a vedersi. Ci vorrà però tempo ed allora la strada giusta da seguire è avere una connessione diretta e costante con luoghi dai quali possiamo imparare e nei quali dobbiamo essere. Nel settore che io amo, la rete, i network, le comunità, il web, il mobile, … è sicuramente San Francisco e la Silicon Valley. Un incubatore come quello che ho intesta io dovrebbe lavorare tra Italia e USA, “imbastendo” (incubare è veramente un brutto termine, non trovate?) da noi, come un sarto, come un artigiano, ma poi spingendo le start-up dall’altra parte dove il terreno è molto più vivace, si impara molto più in fretta ed in alcuni casi si fallisce molto più in fretta – che non è un male. E’ chiaro che ci vogliono capitali, anche se minimi, ma ci vogliono. Il caso di Mashape, che conosco bene è significativo da questo punto di vista. Centomila dollari sono tutto quanto serve per iniziare e fare il salto e danno carburante per 18-24 mesi (non tutti passati di là ovviamente).
Un problema che sicuramente va affrontato dovendo pensare agli Stati Uniti è quello del visto – ed è un bel problema. Qui le cose sono un po’ più complesse, ma si possono gestire. Certo che servono anche dei passi strutturali soprattutto da parte del governo americano, anche se qualche spinta da parte di quello italiano non guasterebbe. L’iniziativa che recentemente ha attirato la mia attenzione, tanto da esserne stato il primo sostenitore e finanziatore, è stato il progetto di Tarik Ansari per la realizzazione di un documentario che parli della difficoltà per un giovane imprenditore nell’avere un visto che gli consenta di creare una start-up negli USA.
Che ci sia qualcosa di buono in tutto questo?
Ciao Massimo,
la tua riflessione sulla struttura di un incubatore mi trova perfettamente d’accordo.
Infatti preferirei decisamente un incubatore che mi possa mettere a disposizione figure importanti sia dal punto di vista business/marketing che dal punto di vista tecnico rispetto ad una struttura che mi dia, per esempio, la reception e la sala riunioni.. dopotutto è normale che una startup inizi il progetto sui propri portatili a casa e faccia gli eventuali incontri in qualche bar..
Il ruolo primario di un incubatore rimane quello di dare i feedback sul prodotto e sull’idea prima che ci siano veri utenti. Perchè poi saranno loro a indirizzare lo sviluppo.. Il resto sono comodità che, forse, non aiutano neanche la startup a restare focalizzati sul progetto..
Ciao
Michele
[...] This post was mentioned on Twitter by Massimo Sgrelli and others. Massimo Sgrelli said: Incubatori e incubati: quale modello? http://bit.ly/hiBDml [...]
Michele – grazie per la tua opinione. L’obiettivo di tutte le parti coinvolte nella creazione e spinta di una start-up è quello di riuscire a lanciare qualcosa che abbia utilizzatori in costante crescita. Se quella non c’è, allora non c’è ancora il prodotto. Le cose non è detto che debbano funzionare bene fin dal primo momento, a volte succede a volte no. Ma possono cambiare se si lavora sul perfezionamento dell’idea.
La cosa importante è eliminare gli alibi e tutto ciò che non è il prodotto ricade in quella categoria. Ora, quando il prodotto non funziona il rischio è di concentrarsi sul resto e questo porta la start-up al suicidio. Le cose da fare riempiono le giornate, ma l’oggetto su cui siamo concentrati è quello sbagliato.
Un incubatore troppo “one stop solution” rischia di essere questo in alcuni casi: “visto che il prodotto è così così, lavoriamo assieme sulla comunicazione e vedrete che la gente verrà”. Sbagliato!
La comunicazione ed il marketing vanno benissimo ma serve un prodotto, altrimenti aumentano solamente i soldi bruciati ogni giorno dall’iniziativa.
Un buon incubatore o un buon mentore aiuta a chiedersi in modo costante :”abbiamo un prodotto?”.
Ti segnalo un paio di esempi di incubatori privati italiani:
- M31 (http://www.m31.com/) di cui al seguente link puoi trovare un articolo di Repubblica che parla del loro sbarco in California: http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2010/10/11/incubatore-veneto-che-sbarca-in-california.html;
- H-Farm (http://www.h-farmventures.com/) di cui al seguente link puoi trovare un articolo sempre di repubblica dove vengono raccontati i loro futuri sviluppi : http://www.repubblica.it/supplementi/af/2010/12/20/finanza/023lafarme.html
Ciao e in bocca al lupo per la tua futura iniziativa!
A proposito ho visto che oltre alla nuova sede di San Francisco Wave group ha sedi a Brescia, Torino e Lecce. Visto che nell’area nordestina le start-up non mancano (a dimostralo sono i due incubatori di cui al messaggio precedente), perchè non aprire una sede del gruppo anche Nordest?
Mi permetto di segnalare che il PST Vega di Venezia- uno dei più grandi Parchi Scientifici e Tecnologici d’Italia – oltre ad aver lanciato un ambizioso piano industriale 2010-2010 (http://www.vegapark.ve.it/it/press-area/leditoriale-del-direttore/140-noi-sviluppiamo-imprese-il-piano-industriale-vega-2010-2012-) ha recentemente stipulato un lungimirante accordo con Fastweb per la fornitura di banda ultralarga di 300 Mbps alle imprese insediate al Vega (http://www.michelecamp.it/archives/1546).
Insomma, quella del PST Vega potrebbe essere una location da prendere in considerazione se Wave Group volesse espandersi a Nordest!
Saluti
Grazie Paolo. Conosco abbastanza bene M31 e H-FARM, ho incontrato sia Aldo che Riccardo nel tempo. Sono due ottime iniziative, forse le migliori che abbiamo nel nostro paese. Tra l’altro tutte e due con sede anche negli USA: a Santa Clara in Silicon Valley la prima e a Seattle la seconda. Con modalità diverse hanno seguito la strada dell’incubatore molto strutturato, con servizi e un’ambiente decisamente motivante. Sicuramente hanno investito molto per giungere dove sono oggi e ritengo siano in pole position per offrire soluzioni alle start-up italiane: certo anche creare un soggetto sul loro modello nel bresciano è un’altra delle strade che devo confessare mi alletta molto. In ogni caso io farei in modo di avere sempre una “non-struttura”, che non vincoli e non influenzi troppo il percorso di maturazione della start-up. In questa fase mi sto solamente confrontando con “il mondo”, per così dire, con l’idea di capire quali sono i reali spazi di manovra per un nuovo eventuale soggetto. Chissà.
Buonasera a tutti,
ho letto con estrema e piacevole attenzione quanto da voi scritto, mi presento sinteticamente e vado esponendo le mie considerazioni, preannunciandovi che vi ho conosciuto tramite la splendida iniziativa di Roberto, Italiani di Frontiera :
Sono un consulente genovese di 32 anni che si occupa di consulenze in strategie aziendali e nello svolgere con grande passione il mio operato mi occupo anche di reperire investitori per conto delle piccole e medie imprese interfacciandomi con fondi e private equity e, cosa assolutamente non facile, cerco di darmi da fare e molto per trovare investitori in start-up non necessariamente rivolte alle nuove tecnologie, che spesso portano in pancia molte idee ma zero soldi per realizzarle….e qui vengo al problema!!!
Al di là della strutturazione di un “incubatore” sicuramente aspetto di non poco conto ma anche secondario (che io chiamerei più appropriatamente “Fabbrica dell’innovazione”), la cosa che realmente serve ad un giovane o meno giovane desideroso di rendere reale un proprio progetto (ed io ne sò qualcosa) sono persone che credano in lui e non parlo d’investitori…………!!!!!
…………..Una persona che genera un’idea, per quanto essa possa essere geniale ha bisogno di essere seguita per divenire concreta, e per fare ciò bisogna adempiere a determinati criteri, che però spesso sono ignari alla stessa persona che ha partorito l’idea….ed essa sovente non trova soluzioni.
Per criteri da seguire intendo cose anche “semplici” come es una breve analisi di mercato per capire le potenzialità dell’idea, la redazione di un BP (perché nessuno investe su un’idea), la stesura di un breve progetto ecc. ecc., ma per fare questo colui che ha partorito l’idea, deve innanzitutto sapere tutto questo e deve disporre di soldi pochi o tanti con i quali pagare uno o più professionisti che lo aiutino a mettere su carta la propria idea, ma se non ha i soldi per farlo la sua idea non partirà mai, perché le persone disposte ad investire con il proprio tempo in Italia sono quasi inesistenti, così come sono inesistenti gli investitori che investono al 100% in un progetto senza chiedere una contropartita a colui/coloro che ha partorito l’idea e…questo ferma anche le più belle iniziative.
In considerazione del fatto che, una persona se ha partorito un’idea in essa ci crede ed è disposta a lavorarvi giorno e notte anche seduto su una cassetta della frutta, SONO CONVINTO che un incubatore o “Fabbrica dell’Innovazione” possa anche essere sviluppato quasi nel salotto di una casa, non necessariamente in un ambiente confortevole e di design (nel passato nei sottoscala sono nate brillanti aziende che oggi danno lavoro a migliaia di persone), la VERA NECESSITA’ perché un’idea possa funzionare è AVERE un incubatore (anche realizzato virtuale attraverso la rete – FB e Linkedin a loro modo sono degli incubatori) che offra gratuitamente la propria assistenza (a carico del proprietario dell’incubatore) per valutare se un’idea può trovare un riscontro nella realtà, offrendo assistenza legale e fiscale per strutturare l’idea trasformandola in un progetto sul quale poi investire o cercare investitori.
Se una persona ha un’idea e trova persone che credono in essa aiutandolo, sarà felicissimo di lavorare anche su una cassetta della frutta in casa propria per realizzarla, e se la sua idea semplicemente creando un network basato sull’interazione tra persone competenti ed investitori viene trasmessa ad altri, che avranno anche loro delle idee…….il gioco è fatto e l’idea troverà sicuramente il suo investitore/i e clienti.
Mi pregio citare due massime:
“se io dò una mela a te e tu dai una mela a me ognuno di noi ha sempre una mela, ma se io dò un’idea a te e tu dai un’idea a me ognuno di noi a due idee”.
“non sono i soldi che fanno i capannoni ma bensì sono le idee a farli, perché se un’idea è valida troverà sicuramente i soldi per fare il capannone”
Claudio, l’Iniziativa di Roberto Bonzio è veramente un fenomeno culturale di grande rilevanza. Roberto per me, come per tanti, ha speso molto del suo tempo e dei suoi contatti. E così dovremo fare in tanti. Sono d’accordo con te quando dici che un “incubatore può essere fatto anche nel salotto di casa”: avere dei vincoli aiuta a focalizzarsi sull’indispensabile.
mi ha segnalato il tuo post Paolo Privitera…molto interessante..lavoro per il Centro per il Trasferimento Tecnologico dell’Università di Modena e Reggio Emilia Democenter-Sipe …anche Noi stiamo portando avanti un progetto di acceleratore e incubatore e dopo il confronto avuto con Paolo sono giunto alla Tua stessa conclusione “(..) Poi però ho guardato dall’alto questa bella immagine mentale del mio ”incubatore ideale” e ho capito che non avrebbe mai funzionato.”
- alcune settimane fa ho avuto il piacere di conoscere Andrea Marandola grazie ad Emil -
Francesco, i modelli possibili sono tanti e probabilmente quasi tutti funzionano bene. Guardiamo YCombinator e TechStars: sono molto diversi tra loro ì nell’approccio, ma sfornano comunque ottime start-up, alcune delle quali producono anche delle exit molto significative. La verità è che la persona che sta dietro l’iniziativa dell’incubatore, con la sua storia personale, i suoi contatti e la sua credibilità, la sua voglia di “sbattersi” e viaggiare, fa la differenza (questo sia in Italia che negli Stati Uniti).
I partner che si aggiungono nel seguito completano l’opera. Certo che bisogna aver voglia di credere in un sogno (e non solo uno…) se si lancia un’iniziativa del genere, non basta essere un buon imprenditore. Anzi a costo di dire un’eresia, forse “non è neppure così necessario essere un buon imprenditore”, perché il rischio è di portare le start-up più innovative e forse azzardate, al fallimento.
MASSIMO buonasera,
grazie della tua risposta e condivido……presto mi permetterò di sottoporti via mail una cosa direi interessante.
Roberto Bonzio ha fatto e fà qualcosa di prezioso come anche il mio concittadino e amico Paolo Marenco, entrambi insegnano che per fare cose pregevoli basta poco, “semplicemente” basta desiderarlo sino in fonod e sviluppare il networking, solo che in Italia purtroppo molti sono ancora erroneamente convinti che si faccia impresa “proteggendo” i propri contatti e le proprie idee, mentre il networking è già un grande modo “virtuale” ma reale di fare incubazione, almeno io la vedo così