Outsourcing italiano e startup

L’Italia sa fare dell’ottimo software. E’ ufficiale. Siamo pieni di ottimi “ingegneri del software” come li chiamano oltreoceano, con una gran voglia di impegnare il loro cervello su qualcosa di più importante rispetto a quello che propongono nel nostro orticello italiano. In fondo chi si trova ad essere affascinato dal costruire applicazioni, o apps come si dice oggi, lo fa sempre nella speranza che milioni di persone le usino. E’ una ricerca continua di riconoscimento da parte dei propri pari e da parte della grande potenziale massa di consumatori. E’ il desiderio che in fondo ognuno di noi ha di “cambiare il mondo” o almeno di lasciare il segno.
Nonostante questo viviamo in un paese che per cultura e storia ha generato enormi ricchezze e grandi invenzioni, ma sfortunatamente non nel mondo del software, non sul nostro territorio nazionale. E allora come fare ad esprimere questa voglia che molti hanno di affermazione, di impegnare il proprio talento e le proprie energie su qualcosa di importante, di noto, di riconoscibile?
La soluzione c’è ed è molto più vicina di quanto non si pensi. Si chiama software outsourcing in offshore per la Silicon Valley. Sviluppare software per aziende di quell’area vi assicuro che è un’altra cosa, si ha la possibilità di prender parte alla realizzazione di qualcosa di grande.
Molti, anzi moltissimi si stanno cimentando da decenni su questo settore, ma le zone dalle quali arrivano i servizi di cui parlo sono sempre un po’ le stesse: India, Europa dell’est e recentemente il Cile. L’Italia non fa parte di questo panorama, non ne ha mai fatto parte e mi chiedo come mai. Non siamo competitivi? Non credo. I nostri developer hanno una qualità mediamente più elevata dei colleghi americani a parità di seniority – e questo non lo dico io, ma lo dicono loro. Il nostro costo del lavoro è comunque decisamente inferiore rispetto a quello della California del Nord. Il nostro entusiasmo e la dedizione al lavoro è nettamente superiore – questo lo dico io, perché l’ho toccato con mano dopo un paio d’anni che vado avanti ed indietro da San Francisco. Quindi perché non siamo un player sul mercato dell’outsourcing della produzione del software?
Io una risposta me la sono data, ma mi piacerebbe avere qualche parere che arriva dall’esterno. Da tempo sono alla ricerca di un modello percorribile per lavorare come azienda italiana nella zona della Silicon Valley e forse comincio a vedere una prima flebile luce in fondo al tunnel. E’ complesso, soprattutto perché nel nostro paese non ci crede nessuno e quindi non ci si può attendere aiuto da nessuno. In epoche molto recenti è diventato di gran moda parlare di startup e di innovazione anche in Italia e questo – forse per la prima volta – sta aiutando anche a sdoganare la parola “software”. I momenti nei quali i “fanatici” del settore si ritrovano si demoltiplicano anche da noi e questo sta aiutando. Ora servono dei segni tangibili, concreti e visibili a chiunque che con il software si può generare ricchezza e posti di lavoro. Servono esempi di imprenditori piccoli e grandi che su questa cosa si cimentino e poi, dopo aver trovato una via percorribile, ci scommettano almeno un po’. Servono imprenditori che abbiamo il coraggio di rischiare e di vendere ciò che hanno creato per dimostrare che è possibile farcela prima dei quarantanni o meglio ancora prima dei trenta, visto che a quell’età si ha ancora voglia di prendere quanto si è guadagnato e di reinvestirlo in una nuova impresa.
Speriamo che questa sia la volta buona.
In italia la parola “software” e’ associata ai programmini per iPhone e giochini da computer. Io lavoro come consulente Oracle/Java presso Enel e quando dico che il mio lavoro e’ fare sofware la risposta e’ “ah, aggiusti pc?”… quindi non mi meraviglio del fatto che ci sia ancora tanta ignoranza nel campo e percio’ nessuno ci creda.
Ps. Ho appena scoperto questo blog, complimenti! messo tra i preferiti!
Luca, ti ringrazio. La cosa che lascia a bocca aperta ogni giorno è che i nostri sviluppatori che decidono di fare il salto oltre oceano e di cercare lavoro in Silicon Valley sono apprezzatissimi e pagati profumatamente. Ne ho avuto la riprova qualche giorno fa, parlando con un amico che ho aiutato a fare dei colloqui a San Francisco. Non so se accetterà quello che gli offrono, ma sono un sacco di soldi e un lavoro da sogno per un’azienda che lavora per alcune delle migliori start-up della zone, aiutandole a “riscrivere” il software e superare problemi di scalabilità.
Lavoriamo giorno dopo giorno, fiduciosi che questo prima o poi tutto questo potrà avvenire anche da noi. Nel frattempo perché non vendere un po’ di sana competenza italiana agli statunitensi?
Non e’ facile prendere, mollare tutto e partire oltreoceano. Specie se chi come me ha un lavoro sicuro e un mutuo alle spalle!!! Se non fosse per questi “piccoli” dettagli lo farei, anche perche’ mi ritengo abbastanza bravo nel mio lavoro e non mi dispiacerebbe vendermi a chi mi da piu’ del mio misero stipendio!
saluti da VE!
In primis complimentoni per il blog, l’ho conosciuto da poco ed è vera fonte di ispirazione.
Io sono in parte d’accordo con le problematiche che ha già spiegato Luca, cioè è difficile fare il salto quando qui si hanno delle radici. Però sarò un folle visionario ma “io resto” (cit.) perchè voglio fare qualcosa per questo Paese semiabbandonato a se stesso.
Visto che quello che so fare meglio è sviluppare software, vorrei fare qualcosa per l’Italia in questo ambito, sperando che un giorno l’Italia possa essere minimamente paragonabile alla California …
Ciao Massimo, tema stimolante!
Personalmente credo le difficoltà siano riconducibili a fattori “culturali” e di “mercato” indotti dalla tipologia dei progetti (molti servizi di body rental e customizzazione di prodotti brand esteri e pochissimo sviluppo di prodotti SW di respiro globale). Solo lavorando a task su grandi progetti di sviluppo e tecnologie innovative (quindi su prodotti) si forma quella “cultura manufatturiera” necessaria per una Software Factory di respiro internazionale.
Comunque convengo sull’opportunità, per la quale se vuoi possiamo approfondire (sono anni che lavoriamo in nearshoring ed ora stiamo pensando seriamente di “importare” il modello e parte della Software Factory per erogare anche dall’Italia). Paolo
Anche se noi costiamo meno dei programmatori nord californiamo cosiamo comunque infinitamente più di programmatori Indiani e Ucraini. Poi la maggior parte delle volte se una società fa outsourcing lo fa per i processi meno importanti, più ripetitivi e nei quali, quindi, la bravura dei programmatori italiani non può essere sfruttata a pieno.
Si dovrebbe puntare a stare in cima alla catena del valore, non in fondo. No?
Giacomo,
non potrei essere più d’accordo. Il problema è come posizionarsi in cima alla catena “alimentare”? Non facile, soprattutto se non vogliamo lasciare il nostro meraviglioso paese. Se siamo disposti a prendere un aereo e cercare lavoro nella Bay Area devo dire che la cosa è abbastanza agevole oggi come oggi. Torno ora da un viaggio in quelle zone e la fame di “software engineer” è altissima. Dobbiamo però fare la valigia e decidere tra affetti e professione. Non facile, appunto.
Esiste una seconda strada, ed è quella che forse dovremmo spingere molto di più: creare startup di successo in Italia. Fino a ieri pensavo fosse quasi impossibile, ma oggi, dopo l’ennesimo viaggio di lavoro a San Francisco, credo che ci siano delle strade percorribili, anche se diverse da quelle oltre oceano. Vanno studiate ed eseguite con tenacia e pazienza.
Spero di riuscire a ragionare presto su questo tema anche sulle pagine di questo blog. Per ora, grazie per il tuo stimolo.