Startup o Small Business? Young companies

Da tempo insisto sul fatto che il modo migliore per aiutare i nostri startupper italiani ad emergere è quello di farli uscire dall’Italia affinché vedano il mondo vero delle “startup”. Questo lo dico a gran voce proprio perché ho sempre una gran impressione che sul territorio nazionale ci sia una discreta confusione su cosa significhi fare una startup. Carl Schramm, presidente della Kauffman Foundation ha ripetuto delle parole sante alla finale della manifestazione romana di InnovactionLab organizzata dall’energetico Augusto Coppola. “L’Unione Europea alimenta il problema parlando sempre e solo di Small and Medium Enterprise. Questo confonde e solo chi ascolta.” Il mondo non si cambia con le “piccole imprese” e paesi come l’Italia che hanno ancorato il proprio tessuto a realtà come queste faranno più difficoltà di altri a cambiare e decollare, a creare startup. Questo perché una startup NON è un’azienda di piccole dimensioni.

Una startup è una “young company” che punta molto in alto.
Nessuno fonda una startup per fare cosucce, per rimanere nell’ombra, per non cambiare il mondo. Al contrario, una startup vuole essere il driver del cambiamento. Vuole incidere sulla vita di milioni di esseri umani. Vuole stravolgere il modo con cui operiamo ogni giorno, migliorando la vita alle persone e alle imprese. Le startup sono ambiziose, sono positivamente e seriamente intenzionate a cambiarci la vita.

Una “piccola impresa” non cambia proprio nulla sul piano nazionale. Con questo non è mia intenzione prendermela con quegli imprenditori sempre coraggiosi che hanno deciso di fare del proprio talento un’attività che possa renderli indipendenti e li porto a lavorare per se stessi. Tanto di cappello, ci aiutano ad uscire dall’inghippo dell’assistenzialismo nel quale il paese si è cacciato da solo nel corso del tempo. Un imprenditore, grande o piccolo capisce bene dal giorno uno che è solo, che sullo stato non ci deve contare e anzi deve solo sperare che non si intrometta e che gli lasci gestire la sua impresa senza ingerenze di sorta.

Rimane il fatto che per apprezzare e comprendere il DNA di una startup possiamo fare molto anche dall’Italia: possiamo leggere tanto – esiste moltissimo sull’argomento – e poi possiamo frequentare i tanti momenti di incontro – anzi di networking – che si stanno diffondendo a macchia d’olio su territorio nazionale. Sono unici e nella gran parte dei casi molto efficaci.
Nonostante questo rimango dell’idea che dobbiamo fare di più, che si debba incentivare i nostri innovatori locali a fare di più, come ci ha ricordato Steve Jobs nel suo memorabile discorso a Stanford qualche anno fa: stay hungry stay foolish. Ma come fare di più?
Prendiamo esempio da alcuni casi nazionali ormai dimenticati, come Adriano Olivetti. Questi è stato un innovatore, forse l’unico del dopoguerra. Con lui abbiamo toccato o forse sfiorato le vette più alte dell’innovazione e della creatività. Amava l’impresa o “la fabbrica” come la chiamava lui. Grazie ad un amico ho avuto la possibilità di vedere un vecchio documentario sulla vita di Adriano e dell’Olivetti gustando il parallelo con Steve Jobs. Impressionante. O ancora, leggiamo tanto, leggiamo di più. Impariamo a conoscere cosa esiste di buono nel mondo dell’innovazione e non è tutto marcato USA. L’ultimo libro di Sarah Lacy ci aiuta ad approfondire cosa esiste in Israele. in Cina, in India. Io sono rimasto colpito da alcune similitudini con i nostro paese.
Ma dopo aver letto, magari approfittando di questo periodo di pausa estiva, esiste un solo modo: agire.

Ragazzi, dobbiamo abbandonare le certezze locali per scoprire cosa esiste fuori dall’Italia. Dobbiamo prendere aerei ed investire bene i nostri risparmi per viaggiare e sperimentare il mondo. Un amico mi diceva giusto un paio di giorni fa: “andare a Londra per fare affari è molto più proficuo che andare a Roma. Stesse ore di volo, meno ritardi e gente più seriamente intenzionata a fare business. Gente che non ti fa perdere tempo”. L’Italia lo sappiamo, è un po’ così: nessuno ti dice mai di no, ma prima di scoprire che le persone cercano solo di occupare il tempo ma che in realtà non hanno soldi da spendere, passano due mesi. Sono mesi preziosi per un’azienda, grande o piccola che sia.

Se sei una startup e non una piccola impresa. Se vuoi cambiare qualcosa ed incidere, decidi di lasciare il segno. Allora prendi 600 euro e compera un biglietto per San Francisco. Trova un modo per rimanerci il più a lungo possibile. Impara da chi ci è già andato e chiedigli di presentarti qualcuno di locale affinché tu possa iniziare ad innescare da subito la scintilla del “networking”. Chiedi alle persone – come me – di mettersi in gioco e vedrai che se te lo meriti scoprirai che da quelle parti “la raccomandazione” funziona, perché è sana. La gente ti raccomanda se sa che presentandoti farà un’ottima figura. Risolverà un problema a due amici: uno italiano e uno di Silicon Valley. Trovati un lavoro da quelle parti! E’ molto più facile di quanto non si creda se hai talento. Ho presentato da poco un amico al CEO di una nota azienda locale che lavora con le startup per aiutarle a scalare o rifare e nel giro di 48 ore avere un’offerta sul piatto. Ora i legali stanno lavorando al suo H1B, l’ambito visto lavorativo.
Ragazzi si può fare. Uscite di casa. Uscite dal paese e forse un giorno avrete voglia di tornarci con un bagaglio diverso. Se poi non sarà così, farete del bene alla nazione rendendola orgogliosa di voi pur vivendo all’estero.

Una cosa è comunque certa: farete del bene a voi stessi

11 Responses to “Startup o Small Business? Young companies”

  1. Assolutamente d’accordo, sono tornato ora dalla Silicon Valley dove ho vissuto sei mesi con un gruppo di altri undici Italiani grazie ad una borsa di studio Fulbright BEST. Sono sempre di più gli Italiani che fondano startup innovative di livello internazionale, e tanti imprenditori Italiani hanno fatto la storia della Silicon Valley (Enrico Faggin e Roberto Crea ad esempio).
    Viaggiare e scoprire un nuovo modo di lavorare e di fare business.
    Cose che qui purtroppo si vivono poco (anche se le cose stanno cambiando) e non ci vengono insegnate ma che, come Italiani, siamo in grado di imparare e mettere in pratica velocemente.

  2. Bravo! Finalmente un articolo sincero che fa capire ai giovani che e’ inutile stare a piangere che non ci sono opportunita’ e non si trova lavoro per poter stare vicino alla mammina che il lava i panni e al paparino che ti paga la bolletta del telefonino.
    Fare una start up in Italia e’ come cercare di fare il pane senza lievito. In Italia ti scoraggiano, ti dicono che sei matto, ti chiedono chi te lo fa fare, ecc.
    Negli USA – e in particolare in Silicon Valley – se hai voglia di lavorare duro e hai l’idea giusta trovi solo gente dsiposta ad aiutarti seriamente, a incoraggiarti e a darti buoni consigli.
    Qui negli USA non sono invidiosi del successo come in Italia. Al contrario, hanno il concetto del “give back”. Chi e’ riuscito vuole aiutare gli altri.
    Potrei citare cento esempi ma chi e’ interessato puo’ leggere il mio libro “Una Cinquecento Rossa in California” in cui racconto la nostra esperienza. Mio marito, pur essendo prof. ordinario al Poli di Torino, nel 1998 ha deciso di trasferirsi in Silicon Valley per fare la differenza, per noi stessi e per molti giovani che lo hanno seguito.
    http://www.lulu.com/product/paperback/una-cinquecento-rossa-in-california/16059709

    • Tony,
      ti ringrazio per le belle parole. Io cerco solo di date una scrollata ai nostri startupper locali, convinto che abbiano belle idea ma che siano nel posto sbagliato per farle diventare grandi. Ho iniziato a leggere il tuo libro ed è favoloso, … i 2,94 euro più IVA meglio spesi dell’ultimo anno :)

      Dopo qualche pagina ho capito chi è tuo marito ed ho avuto una sensazione piacevolissima. Lui sicuramente non se ne può ricordare ma io nel ’92 lo avevo contatto via email essendo una dei massimi esperti di Internet in Italia all’epoca. Io stavo facendo la mia tesi con il prof. Degli Antoni a Scienze dell’Informazione Milano ed impazzivo nel tentativo di spiegare alla SIP (oggi Telecom Italia) che cos’era Internet, senza grande successo (mi ripetevano … “ma chi paga il traffico?”). Silvano è per me rimasto un pioniere che non sono mai riuscito ad incontrare negli ormai numerosi viaggi in Silicon Valley.

      Grazie per il commento ma soprattutto, GRAZIE per il libro.
      Lo vivo come se lo avessi scritto io, “parola per parola”.

      Mi piacerebbe rimanere in contatto email, così ti racconto le mie peripezie italo-californiane e la strada in salita per portare i nostri talenti a San Francisco.

      P.S. Mi sono appena collegato per gustarmi le orchidee del tuo giardino “live”… ma è ancora troppo presto 5.36 AM

  3. Lorenzo,
    ho conosciuto molti ragazzi del Fullbright BEST ed è un modo sicuramente da sfruttare il più possibile per conoscere la Bay Area anche se purtroppo il programma vi costringe a tornare in Italia per 2 anni…
    Io non avrei dubbi: oggi, con il mercato che c’è in Silicon Valley e con la crisi internazionale che colpisce tutto il mondo, mi cercherei un lavoro a San Francisco. Le richieste sono tante ed il talento locale è… finito!

  4. Ciao Massimo,

    Io ho 28 anni, ho lasciato l’azienda di famiglia ( fashion industry,marketing, retail, lavoro entusiasmante) per fondare una start-up IN ITALIA.
    Perchè? Per dare possibilità a me e a tanti giovani come me di CAMBIARE IL NOSTRO MODO DI VIVERE.
    Ti assicuro che la voglia di cambiare il mondo, la grinta, la motivazione, la passione e il talento possono crescere anche in italia, è più dura.. si… ma la soddisfazione è grossa.
    Provare quel brivido di poter cambiare la vita alla gente che ti sta attorno, e stai parlando della gente che conosci, della tua gente, è tanta roba.

    Creare idee, fare ricerca, unire la tecnologia al design sono skills che gli italiani hanno, perlomeno noi ce le abbiamo.
    Non è vero che tutto il business è vecchio, corrotto, e senza futuro.

    Andare via dall’italia è necessario per apririsi la testa ( lo è stato per me).
    Lavorare e lottare in Italia è una scelta solo per chi fà start-up non solo per profitto/successo ma per chi fà start-up assecondando un profondo senso di responsabilità per la propria vita e per il futuro della nostra generazione.

    Io ad Agosto non sono andato in ferie. Sono a Shanghai a fare network e a trovare investitori che credono nelle nostre capacità. Per me, i prossimi 10 anni, si giocano qui.
    A novembre andrò sicuramente a San Francisco con qualcuno del mio team e imparare.

    Una domanda per te: c è qualche sentore che ti fà capire che sei sulla strada giusta?

    Mi prenoto per avere qualche “raccomandazione” da voi che siete lì e fare un pò di networking a novembre!

    Luca

    p.s. noi iniziamo a settembre. Abbiamo 3 siti altamente in beta (www.alive.info) Entro dicembre usciamo con 9 progetti.

    p.s.s. Armani, Prada, Valentino, Gucci, Versace e c. hanno iniziato in italia, erano gli anni 80, la moda era l’unico strumento per fare influenza sulle persone e per cambiare e stimolare nuovi stili di vita. Oggi c’ è il mondo digitale. Loro hanno iniziato qui e poi saggiamente si sono buttati verso la new york rampante di quegli anni. Se iniziavano in america al massimo tiravano fuori vestiti oversized e scarpe col plantare :)

    • Luca,
      ti ringrazio per la tua testimonianza. Credo che tu sia sicuramente sulla strada giusta, anche perché hai deciso di far crescere in Italia una startup che dall’Italia trae i suoi asset: la moda. Spesso io dico che quando fai la tua startup non è necessario essere sempre in Silicon Valley, dipende molto dal settore. Se ti occupi di social media o SaaS San Francisco è il luogo dove essere, se ti occupi di musica forse Londra, se il tuo interesse è la moda… l’Italia è il posto giusto.
      Direi che la cosa veramente fondamentale in questo caso è “cercare la propria Wall Streat” e non farsi fermare se questa è fuori dall’Italia. Ora, è chiaro che la Silicon Valley è il luogo privilegiato se si vuole lanciare un’iniziativa legata all’innovazione tecnologica nel mondo del software o dei servizi online. In particolare mi riferisco a quelli che non devono gestire un magazzino, delle scorte ed una catena produttiva. Mi riferisco a quelli che dei beni intangibili hanno fatto la propria bandiera.
      Quindi, fare startup in Italia è possibile? Certamente, ma non è una missione per cambiare il paese o il sistema, deve essere un modo per produrre valore e se in questo contesto lo stare in Italia ha un senso forte, allora è la strada da seguire. Io non andrei mai a confondere il “fare l’imprenditore” con il mestiere politico. E’ vero che tanti imprenditori che fanno la cosa giusta possono cambiare il paese, ma lo definirei un “by-product” per dirlo con un termine anglosassone (visto che siamo in tema). Lasciamo che la politica cambi le regole del gioco ed aiutiamola come possiamo, con il nostro lavoro giorno dopo giorno, a creare le basi affinché questo possa avvenire.

      P.S. Se ti servono contatti e introduction dove posso arrivare, conta pure su di me. Anzi se ti serve ho anche una persona italiana che lavora già sul fronte sales internazionali per il fashion da presentarti :)

  5. Massimo,

    i tuoi complimenti per il mio libro mi hanno fatto molto piacere. Se vuoi rimanere in contatto scrivimi pure all’indirizzo di posta elettronica. Le tue esperienze e le tue storie mi interessano senz’altro. Magari te ne racconto qualcuna che non ho potuto includere nel libro.
    Facci sapere se hai occasione di venire in SV e se hai piacere di incontrare Silvano.
    Le orchidee sono dentro casa perche’ il clima di questa stagione le farebbe seccare. Puoi vedere qualche foto sul nostro website http://www.ip6.com, dove ci sono anche alcune immagini del giardino.
    Un grosso favore: potresti trascrivere i tuoi commenti sul libro tra le review su Lulu.com?

  6. Ciao Massimo,
    non posso che essere d’accordo con i contenuti delle tue riflessioni. Ho lasciato l’azienda dove lavoravo per sfruttare una di quelle occasioni che capitano forse una sola volta nella vita. Mi moglie è ricercatrice e le avevano offerto una borsa di studio per lavorare presso un’università della California.
    Abbiamo fatto le valigie e con figlie al seguito ci siamo ritrovati a Davis con in tasca un preziosissimo “visto” . Ho passato 7 mesi nella Bay Area dove facevo il technology scout per un’azienda italiana con il desiderio di respirare e vivere quell’ atmosfera di cui avevo sentito e letto tanto.

    Il mio obiettivo più profondo, che maturavo da anni, era quello di lanciare una startup qui in Italia.

    Creare ricchezza, opportunità di lavoro e perchè no, felicità con il proprio talento ed impegno, penso rientri tra gli obiettivi di chi decide di rischiare inseguendo i propri sogni.

    L’esperienza californiana mi ha dato soprattutto l’energia e l’entusiasmo che da quelle parti sono un bene assai diffuso.

    Mi unisco al tuo invito verso i giovani e i meno giovani ad uscire di casa per osservare ed imparare e, magari, tornare poi in Italia più ricchi dentro.

    Stefano
    P.S. la mia startup http://www.lifebettercompany.com/index.php?lang=it

    • Massimo Sgrelli says:

      Stefano,
      è una bellissima storia e dici bene, sono occasioni che capitano una volta nella vita. Vanno colte al volo, perché anche se solo per pochi mesi, zone come quelle sono in grado di cambiare la vita.
      La mia l’hanno cambiata per sempre ed ora è difficile cambiarla nuovamente.

      Mi permetto però di continuare a parlare chiaro: non c’è nulla da fare, se amate il mondo delle startup e volete cambiare il mondo con il vostro software, l’Italia non è il posto giusto – almeno fino ad oggi o fino a quando la vostra impresa non sarà decollata. Ci serve un percorso di maturazione non solamente come sistema paese (per quello non ho molte speranze), ma anche personale. Qualcuno in Italia pensa di saper veramente fare una startup che conta oggi? Suvvia, … abbiamo qualche caso interessante, qualcosa da poter condividere come esperienza quando ci vediamo per un qualche momento di networking. Quasi nulla che valga qualcosa di serio. L’unico caso che conosco, il solo che ha prodotto qualcosa di interessante (escludendo i due supercitati Gioco Digitale e Yoox) è Netptuny dell’instancabile Fabio Violante. Avete un’idea di quanto ha viaggiato Fabio per vendere il proprio prodotto nel mondo? Controllate il suo Tripit.

      Lanciare una startup high-tech non è per nulla facile e se veramente volete fare qualcosa di “disruptive”, se veramente volete provare a lasciare il segno, allora partite senza indugi. Poi fra qualche anno si vedrà. Centrate prima l’obiettivo: imparare a stare in Serie A. L’Italia non scappa, anzi esiste una seria possibilità (che nessuno di noi si augura) che la troviate assolutamente immutata.

      Io ormai seguo qualche caso di startup italo-americana che “sembra essere proprio sulla strada buona” … Il modello per emerge è uno solo: stay hungry… to win. Non mollare mai, non farsi abbattere, non avere paura di rimettere in discussione la propria idea.

      Complimenti per la tua startup! Fammi sapere come procede.

  7. Ciao Massimo, leggo solo ora questo tuo interessante post, condivisibile nella sua interezza. Una caratteristica che ho notato frequentemente nell’ambiente delle startup italiane, e che mi ha negativamente colpito, è la restrizione ad un mercato squisitamente nazionale. In Italia ci sono alcune startup con progetti molto interessanti, ma non riescono a decollare o ad assumere una dimensione significativa perché i loro fondatori si limitano a raggiungere un pubblico ed una clientela di respiro nazionale (se non solo regionale), incapaci o senza la voglia di guardare al resto del mondo. Nel mondo di Internet, alla fine, vince sempre chi è globale.

    Personalmente, io e la mia compagna stiamo facendo dei grandi sacrifici per cercare di trovare qualche soldo per garantirci sei/otto mesi di lavoro ininterrotto. Abbiamo tutti e due abbandonato il nostro lavoro e, con quel poco che abbiamo raccolto (pochi mesi di lavoro, siamo tutti e due laureati da un anno circa), stiamo cercando una collocazione per concentrarci a tempo (più che) pieno per la creazione di un prototipo e capire come modellare la struttura del nostro progetto.

    Una volta che avremo il nostro prototipo partiremo alla volta dell’Europa (e in questo senso ci alletta molto Berlino, che pare essere un ambiente dinamico ed in crescita per le startup tecnologiche) e, magari, andremo anche in Bay Area. Non ci dispiacerebbe mantenere una dualità Europa/Stati Uniti, anche perché la nostra cultura è un driver fondamentale per le nostre idee.

    Fare una startup vuol dire fare sacrifici per un progetto, per un’idea, in cui credi fermamente e sei sicuro che, sviluppandola nel modo giusto, potrà diventare prima “Young” e poi una “Big Enterprise”, perché bisogna puntare sempre in grande.

    Se per sviluppare la propria idea bisogna andare dove c’è un ambiente dinamico, le mentalità giuste e dove ci sono le risorse adeguate, allora bisogna aprire la valigia, riempirla e fare quello che hanno fatto in molti. I ragazzi di Mashape (conosco Michele, abbiamo studiato nella medesima università) non avrebbero potuto sviluppare un “Marketplace per API” in Italia, dove la sensibilità per queste problematiche è quasi inesistente.

    Noi ci vogliamo provare e credere fino in fondo, comunque andrà ci porterà sicuramente tanta esperienza, sia dal punto di vista professionale che relazionale. Ci vediamo venerdì sera all’incontro al Parco dell’Acqua!

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