Le startup italiane sono pronte per la serie A?
Sono sempre stato un forte sostenitore del fatto che non esiste un vantaggio italiano o americano nell’ambito del mercato delle startup, ma che esistono luoghi che possono più o meno velocemente farci arrivare al risultato. Quale luogo scegliere per lanciare la propria startup? La mia risposta è sempre stata :”dipende da quale vuole essere il tuo mercato target!”. In fondo, però, ho sempre saputo che le startup di casa nostra dovevano ancora fare tanta strada per riuscire a confrontarsi con quelle delle “serie A” di Silicon Valley. A parte l’handicap della lingua, che rimane un grosso scoglio, il gap da riempire dal punto di vista imprenditoriale delle nostre young companies è sicuramente di metodo ed anche di maturità .
La mia passione (lsciatemi dire profonda) per questo mondo mi ha sempre fatto stare con l’orecchio teso e ogni qualvolta ho potuto dedicare del tempo e delle energie per seguire e dare una mano, non mi sono mai tirato indietro. Poi però, quest’estate, i mercati hanno deciso che il mondo intero delle imprese, quelle che di venture non ne hanno, doveva ritornare a concentrarsi sul proprio core business per evitare di andare a gambe all’aria. Quindi, anch’io ho fatto del mio meglio per dare nuovo slancio e smalto al core business della mia, che come molti di voi sanno si occupa di IT consulting, mobile apps e oursotucing. Il lavoro è stato duro e, direi, tutt’altro che finito, ma non è di questo che volevo parlare. Questo intoppo di percorso mi ha obbligato a staccarmi per più di 6 mesi dal mondo delle startup, fino alla settimana scorsa quando ho iniziato a rialzare la testa.
Sabato scorso sono stato ospite del bellissimo Startup Weekend organizzato da Davide Dattoli e dai ragazzi di Web de BS (cari amici) e mi sono trovato davanti una “bordata” di giovani desiderosi di fare aziende che possano cambiare il mondo. Più di cento persone che arrivavano da tutta Italia, incredibile! Contiamo anche che la location, se pur bellissima, non era sicuramente a portata di mano.
Ieri e oggi sono andato al Venture Camp organizzato da Mind the Bridge, lanciato qualche anno fa dall’energetico manager di Google Marco Marinucci. La sala era stracolma e sul podio si sono alternati startupper, professori e imprenditori. Una due giorni intensa, ma piena di spunti, tanto che ieri sera ho sentito la necessità di prendermi un po’ di spazio per rimettere nel giusto ordine le idee.
Cosa mi porto a casa da Startup weekend e Venture Camp?
I pensieri e le luci che si sono accese sono tante ed insieme ad esse qualche certezza ha cominciato a vacillare. L’Italia degli startupper che io conoscevo sino a qualche mese fa è cambiata, radicalmente direi. I primi pionieri hanno iniziato a tracciare una strada, hanno lavorato come pazzi, hanno preso tanti aerei, hanno dormito pochissimo, hanno presentato la loro iniziativa in tutta Italia, in Europa e negli Stati Uniti, hanno migliorato il loro inglese, hanno imparato a stare davanti ad una telecamera…. La lista non si ferma, ma la mie testa nel frattempo è già passata alla riflessione seguente. Tutto questo ha iniziato a cambiare le cose e la velocità con cui le cose stanno cambiando è incredibile. Alcuni hanno trovato i primi piccoli investitori, alcuni hanno venduto, altri hanno trovato milioni di euro o dollari per far scalare la loro idea, ma, soprattutto, il sistema si è messo in moto. I nuovi arrivati iniziano veramente a fruire dell’esperienza di questi primi pionieri italiani. La folla di ragazzi giovani, giovanissimi o anche meno giovani che vogliono fare startup e non PMI è cresciuto tanto,anzi, tantissimo. E’ incredibile!
Io non sono uno che si convince facilmente che le cose stanno cambiando, che le persone possano cambiare un ambiente, ma in questo caso qualcosa sta veramente avvenendo. In questi due giorni ho visto startup che possono davvero farcela, con uno standing e una capacità di “fare cose” fuori dalla norma. Anzi, voglio spingermi un po’ oltre: credo che tra chi ha presentato in questi giorni ci siano le prime cellule di potenziali grandi imprenditori, di quelli veri, di quelli che possono fare pelo e contro pelo ai colleghi di serie A di Silicon Valley. Siamo all’alba di una nuova era che potrebbe vedere dei giovani italiani incidere per la prima volta nella storia nel mondo, a livello globale.
Perché sta succedendo tutto questo?
Perché cominciamo a non avere più paura e ci iniziamo a muovere, uscendo dai nostri paeselli e dalle nostre comode cittadine, perché vogliamo lasciare un segno. Ad alcuni ragazzi sul palco Marco Marinucci chiedeva “what drives you?”. Io credo che alla fine sia proprio questo: abbiamo alzato la testa e qualcuno finalmente ha deciso che “deve lasciare un segno permanente” in quello che fa, nella vita delle persone e delle aziende. Stiamo capendo che invecchiare davanti ad un divano, senza aver spremuto il massimo dalla nostra capacità di incider,e non ha senso. Adesso lo sappiamo, possiamo farcela, anzi ce la stiamo facendo.
Ora però sorge un problema, (per il quale so già che non ti tutti saranno d’accordo con me):
“Possiamo giocare la serie A su un campetto di provincia?”
La risposta inequivocabile è: “No, non possiamo!”.
La serie A è a soli 600 euro di distanza e 13 ore di volo. Però sul campetto di paese ci possiamo allenare, possiamo anche fare i primi errori senza che vadano in prima serata, possiamo crescere ed imparare. Ciò non toglie che dopo, qualche mese di training intensivo, dobbiamo provare a giocare con le regole vere, senza paracadute e sono certo che questo darà delle sorprese che nessuno ancora si attende.
Mi voglio spingere oltre. Credo che se alcuni dei pitch che ho sentito ieri e oggi fossero stati fatti in Silicon Valley, al Demo Day di YCombinator , avrebbero portato a casa un primo seme.
Oggi si svolge la finale della business plan competition, anzi, mentre scrivo si sta probabilmente chiudendo e quindi alcune delle startup che hanno presentato avranno l’opportunità di andare 2 mesi in Silicon Valley. Meraviglioso e unico. Una spinta così aiuta a fare il salto e rischiare di più. Ma io vorrei dare un consiglio anche a tutti gli altri: se non foste parte dei pochi privilegiati a cui sarà riservato questo trattamento, vendete la moto, la macchina, la chitarra e partite comunque. Fatevi 2 mesi a San Francisco anche 3 se potete. Dormite accampati, su divani, da amici, da amici di amici, ma fatelo. Vi potrà cambiare la vita.
Caro Massimo, grazie per questo bell’articolo. Sono completamente d’accordo con te, in particolare quando parli della Bay Area.
Ho avuto la fortuna di stare li un anno con I’ll BEST Fulbright (date un occhiata al programma, e’ interessantissimo e accessibile a tutti) nel 2010, poi ci sono tornato nel 2011 per partecipare al Global Social Benefit Incubator, un altro mese indimenticabile.
Vorrei solo aggiungere una piccola cosa al tuo racconto. In sislicon valley non solo ci sono I campi di serie A, ma si respira un aria molto piu’ fina. Bastano poche settimane a contatto con start-upper, VCs, studenti phd (che cervelli!!!!), imprenditori e managers, ed I’ll cervello inizia a funzionare meglio. Le idee si focalizzano, arrivano per magia le soluzioni ai problemi, si immaginano nuovi mercati e nuovi prodotti, insomma, bisogna prepararsi ad un mind bombing. Non scherzo, vi assicuro. Basta una passeggiata presto la mattina, una doccia bollente, una passata in macchina sulla 101 e arrivano le idee. E’ come se si respirasse dell’ossigeno arricchito. Provare per credere. Cio’ che ci separa da li sono solo 600 euro di paure infondate e provincialismi.
Federico Maria Grati
Federico Maria,
garzie per questa testimonianza da chi come te ha avuto il grande privilegio di passare 6 mesi in California con Fullbright. Mi rendo conto che le persone che conoscono l’esistenza di questo programma sono sempre pochissime, chissà perché. E’ vero, da quelle parti il cervello comincia a funzionare meglio ed un cervello italiano, abituato spesso a lottare contro tutto e tutti per farcela, ha delle chance di vincere. Conti di tornare a San Francisco per lasciare il tuo di segno?
Massimo,
Ottimo il tuo post, come sempre. Sono sicuro che avrai un ruolo importante in questa nuova fase dell’imprenditoria Italiana (mi piace scriverlo maiuscolo, come si fa in inglese, come segno di rispetto).
Una delle idee di cui ormai si parla da tanto, ma che adesso sta diventando realta’ concreta e’ quella del software sviluppato in Italia, con input a livello di strategia, marketing & sales dalla Silicon Valley. Ormai non si cita piu’ solo Funanbol. Adesso si inizia a fare massa, e lo si fara’ sempre di piu’. Bello e interessante vedere come si continuera’ a sviluppare questo processo.
Infine, ci vuole un bel “grazie”. Conosco bene Marco Marinucci e tanti altri del team di Mind The Bridge. Questa e’ gente che si fa un mazzo cosi’ per dare il proprio contributo alla crescita economica dell’Italia del futuro. Una valanga di ore di lavoro (tipicamente non pagate). Un sacco di serate ad organizzare incontri, fare mentorship, e trovare sponsors. Sono cose che fai anche tu, Massimo, e sai quanto tempo ed energia ci vogliono. Il “grazie” viene dal cuore.
E’ proprio bella questa generazione di Italiani che vogliono smuovere le acque. Che pensano in grande. Che credono in un futuro molto piu’ roseo per se’ e per il Bel Paese. Che lo vedono a portata di mano. E lo e’.
A presto!
massimo
Massimo,
ti ringrazio. Il software “Italiano” speriamo prenda sempre di più con il modello di sviluppo lanciato da Fabrizio e seguito da altri. Io ho provato a mettere le basi per industrializzare il meccanismo ed il canale (SF-Italy) lo scorso febbraio-marzo, ma non ho avuto fortuna. Sarei dovuto rimanere e non tornare dopo un mese, ma questo non è stato possibile causa difficoltà dei mercati internazionali. Questo comunque mi ha fatto capire qualcosa in più. Il prossimo passo potrebbe essere quello giusto.
Ieri in una pausa del Venture Camp stavo parlando con un imprenditore che dopo un’esperienza in Silicon Valley con le istituzioni italiane è rimasto folgorato da quanto velocemente si muovano le persone e da quali e quante opportunità si vengano a creare nella Bay Area. E’ indubbio che l’Italia si muove ad un passo diverso, ma gli italiani no. Gli italiani con la voglia di cambiare il mondo (e prima di tutto la loro vita) dopo pochi giorni in Silicon Valley si muovono allo stesso passo degli americani, con una piccola differenza. Sanno che devono recuperare un gap culturale, lingustico e metodologico non indifferente e questo li mette nel mood giusto. Devono correre il doppio e la cosa non li spaventa, anzi. A volte questa combinazione produce effetti inaspettati (come quelli di Augusto, Marco e Michele).
I wish it was all true…
La realtà è che se da un lato gli imprenditori nostrani stanno crescendo a ritmi impressionanti, gli altri paesi non stanno certo a guardare e gli ecosistemi migliori sono non solo molto lontani, ma in ulteriore allontanamento. A Londra ogni giorno 3/4 eventi in competizione, a Milano 1 alla settimana (meglio degli 0 di prima, ma sempre pochi). Le imprese sono quelle che sono con manager generalmente incapaci di innovare e di dare fiducia ad una nuova generazione emergente; del VC meglio non parlare, parleranno le performance dei fondi di questa nuova wave, io scommetto che non saranno esaltanti.
Si può realmente fare un test di mercato in un paese dove la penetrazione Internet è cosi bassa? e lo stesso dicasi del mobile Internet? dove solo il 7% (vs. 70% che in UK) compra l’assicurazione online? dove eCommerce vale max il 2% delle vendite retail (vs. 10% in UK)? Si, certo, ma solo per prepararsi al fallimento.
E poi, questi imprenditori… quanti avrebbero le palle di Augusto? Pochissimi, forse nessuno – stanno migliorando, ma sono ancora deboli.
Alessandro,
può essere che tu abbia ragione. Io vado a comparare quello che ho visto in questi ultimi due eventi, con quanto ho sperimentato a marzo 2010 in YC. Il livello oggi è lo stesso, ma è passato un anno e mezzo. Questo vale anche per il resto del mondo, che sicuramente sarà cambiato di conseguenza.
Ciò che mi fa sperare (e non lo faccio spesso parlando di Italia) è che la qualità dei pitch e delle esperienze di viaggio dei nostri sta crescendo. Si vedono segni di maturità indubbi, nelle persone, nell’inglese, nella capacità di convincere. Solo nei due giorni scorsi ne ho contati 4 su cui 25k li avrei messi volentieri. Poi non tutti scaleranno, non tutti supereranno le difficoltà, ma tutti avrebbero voluto avere un biglietto aereo in mano e 3 mesi di tempo da spendere nel luogo giusto.
Concordo con te quando dici che pochi avrebbero il coraggio che alcuni hanno già dimostrato. Ma non è solamente il coraggio quello che qui serve, anzi.
A mio parere l’elemento chiave è la focalizzazione. Nelle generazioni di giovani che mi trovo ad ascoltare su questi temi, mi capita di trovare spesso e volentieri persone affascinate dall’effetto mediatico che “fare lo start-upper” ha nel panorama del Bel Paese. Lasciatemi dire che non conta nulla.
State lontani dai media perché spesso sono una gran perdita di tempo e di energie. Non diventate delle veline digitali del panorama italiano, non serve. Vedrete che non vi porterà un solo cliente o un solo unique visitor che conserverete nel tempo. Usate invece questi canali in modo sapiente al momento giusto, quando “voi” deciderete che è il momento giusto. Quando starete facendo road show con il prodotto da vendere sotto braccio.
Per ora direi, riempiamo gli aerei per Londra, Berlino, New York e San Francisco.
Hey, ma tu che stai facendo di bello ultimamente? Sentiamoci
A questo punto se vuoi avere un’ulteriore conferma ti conviene partecipare al Gran Finale di Working Capital – PNI, il 18 novembre a Tornino
Per quanto riguarda il programma Fulbright BEST, ma è ancora attivo??? Dal sito non sembrerebbe, è infatti da parecchio che vedo scritto che “il bando è chiuso e riaprirà a inizio 2011″!
In ogni caso andrebbe maggiormente pubblicizzato su riviste come Wired, Nova24, Innov’Azione, oltre che direttamente presso i dipartimenti delle migliori università italiane!
A proposito di borse di studio per studiare in Silicon Valley, a quando delle borse di studio riservate a giovani innovatori italiani che vogliono frequentare il Graduate Program della Singularity University?
Dimenticavo: mi domandavo, a che punto è il progetto Wave Academy?
Paolo,
l’academy è al momento ferma. Ho dovuto rallentare il percorso di avvicinamento alla Silicon Valley causa mercati impazziti. Le idee su quel fronte sono tante e forse il prossimo anno si potrà far muovere qualcosa.
Mi era venuta anche un’idea su come aiutare le startup italiane ad attecchire a San Francisco, ma forse quello potrebbe essere il materiale per un altro post.
Paolo, già adesso puoi candidarti alla Singularity University, indicando che hai bisogno di una scholarship totale o parziale. Non ci sono attualmente borse di studio riservate ai candidati italiani, ma sono aperti a tutti. Circa metà degli 80 posti del corso sono coperti da scholarship.
Bel post Massimo.
Credo anch’io che abbiamo passato le qualificazioni per giocare i mondiali.
Ora dobbiamo lavorare sugli attaccanti perche’ senza goal non si avanza.
E qualche Pablito si vede in giro…
Ciao Massimo! Grande post, pieno di cose sensate.
Lo strato che manca in Italia e quello degli imprenditori web che hanno avuto un bel outcome e ora vogliano “ridare” qualcosa al sistema. Questo è il vero vantaggio degli Stati Uniti.
Per l’idee con traction e buzz si trovano sempre investitori . Qui mancano gli angels per dare quella spinta iniziale (non è casuale che i nostri primi fondi siano arrivati da Londra). Temo che passerà un po ti tempo prima che la ruota Italiana possa fare un ciclo intero, e i giovanni takers di oggi diventino gli auspicati givers di domani.
Tranne questo aspetto, l’Italia ha tutte le carte in regola per entrare in partita. Noto anche che la maggior parte dei siti Italiani si presentino in Inglese. Una mossa fondamentale per superare il confine linguistico.
David,
hai pienamente ragione. Mancano un po’ gli angel ed è proprio questo il problema. Il venture in Italia difficilmente troverà a breve iniziative talmente mature (sul nostro settore) da poterci mettere 1-2 ML. D’altro canto se non abbiamo uno strato fitto di angel che ci mette qualche decina di migliaia di euro non arriveremo mai ad avere deal flow per i venture. Vogliamo accelerare il processo? Cerchiamo angel investment anche fuori dal paese (oltre che da noi). Poi si vedrà. Più iniziative decolleranno con qualche angel italiano a bordo, più sarà facile cambiare il trend.